Archive from gennaio, 2013
Gen 25, 2013 - Green    No Comments

PC e gadget elettronici a energia zero entro il 2020. Ci prova Intel.

Siccome ‘zero consumo’ è sempre meglio di ‘basso consumo’, l’azienda informatica Intel ha annunciato che entro il 2020 sarà in grado di produrre dispositivi  elettronici abbattendo totalmente il consumo energetico. A dare l’annuncio ufficiale sono stati i rappresentanti del colosso informatico in occasione delI’Intel Developer Forum (IDF) di San Francisco, tenutosi l’estate scorsa.

Se è vero, infatti, che gli oggetti di uso quotidiano più diffusi come smartphone, computer e tablet,  hanno un fabbisogno energetico inferiore rispetto al passato perché progettati per ottenere la massima efficienza energetica, è vero anche che il consumo energetico, se pur minimo, c’è. La tecnologia moderna, inoltre, ha introdotto valori aggiunti, come i display retina, che aumentano le prestazioni e l’appeal del dispositivo, ma anche il dispendio di energia.

Di per sé, questa è una sfida da non sottovalutare: riuscire a creare un prodotto performante ma a zero impatto. Ed è proprio su queste sfide che il mondo dell’elettronica e dell’informatica aspettano risposte importanti.

Persino il noto blog dedicato alla tecnologia moderna, Extreme Tech, ha sollevato qualche perplessità sul progetto di Intel, giudicandolo ‘folle’ e ‘utopistico’ anche alla luce delle tempistiche e della complessità dell’obiettivo che la multinazionale americana ha posto in essere.

La sfida, quindi, è aperta.

Gen 25, 2013 - Green    No Comments

La superbatteria al litio è sempre più vicina: ricarica in meno di un minuto

I dispositivi di accumulo di energia, più convenzionalmente noti a tutti come ‘batterie’, specie quelli in grado di fornire elevate potenze, hanno molteplici applicazioni nella vita di tutti i giorni, dai pc portatili, ai telefonini, fino ad arrivare ai veicoli ibridi e pure nelle energie rinnovabili.

Per questa ragione, un’équipe di scienziati dell’Istituto Nazionale di Scienza e Tecnologia di Ulsan (UNIST), in Corea, sta lavorando da tempo allo sviluppo di una batteria agli ioni di litio con capacità di ricarica in tempi brevissimi: secondo i primi dati sperimentali, la nuova batteria si ricaricherebbe da 30 a 120 volte più velocemente rispetto a quelle agli ioni di litio ‘tradizionali’ già in circolazione sul mercato.

Di fatto, queste batterie sono già più piccole e leggere, più efficienti e veloci di quelle convenzionali ma la nuova tecnologia, secondo gli scienziati, potrebbe ridurre il tempo di ricarica addirittura… a meno di un minuto!

Secondo il documento ufficiale della ricerca attualmente in corso, pubblicato su ‘Nature Nanotechnology’, il prototipo coreano è stato realizzato immergendo il componente standard della batteria, cioè l’ossido di litio di manganese (LMO), in una soluzione contenente grafite.

Attraverso un processo di carbonizzazione, quest’ultima, impregnata di LMO, si trasforma in una fitta rete di tracce conduttrici che corrono attraverso il catodo. Le reti di grafite carbonizzato così formate agiscono in modo tanto efficace da ricaricare capillarmente, al pari dei nostri vasi sanguigni, ogni parte della batteria nello stesso tempo, ad un ritmo senza precedenti.

Naturalmente, queste batterie con ricarica ultra-veloce, pur essendo destinate ad un sicuro successo specie sul mercato dei veicoli elettrici ad oggi penalizzati da tempi di ricarica molto lunghi, sono ancora una tecnologia in fase sperimentale e, pertanto, decisamente ancora troppo care: impossibile ipotizzare i tempi (che comunque sembrano non brevi) di una loro immissione sul mercato.

Ma che sogno (e che risparmio di energia!) anche solo immaginare, un giorno, di poter ricaricare il proprio pc o telefonino in pochi secondi e avere un’auto elettrica che riparte dopo la ricarica in pochi minuti!

Gen 25, 2013 - Green    No Comments

SunVolt, il caricatore solare ultraveloce

Uno dei problemi insormontabili dei vari caricatori solari attualmente in commercio è quello di aver bisogno di un numero di ore di esposizione al sole variabile da 6 a 12. Immaginate quanto questo possa essere limitante in pieno inverno o quando c’è maltempo.

Inoltre, l’energia accumulata va prima a ricaricare la batteria interna del dispositivo e poi quest’ultima andrà a ricaricare la batteria del nostro telefono, allungando di gran lunga i tempi.

SunVolt è stato progettato per ovviare proprio a questi difetti. E’ una stazione di energia portatile che salta il passaggio intermedio della batteria interna e fornisce direttamente energia al nostro telefono, ipad e quant’altro.

Don Cayelli, autore del progetto, afferma che SunVolt garantisce la stessa velocità e potenza di una presa di corrente classica. Il segreto è stato realizzare dei pannelli fotovoltaici più grandi che vanno a ripiegarsi in una custodia leggera e compatta che potrete portare sempre con voi.

Attualmente il progettista sta cercando di raccogliere 30.000 dollari per poter realizzare il suo prodotto e l’intenzione sarà quella di creare due dispositivi, uno da 15 watt e uno da 10 che saranno venduti rispettivamente al prezzo di 125 e 100 dollari più le spese di spedizione.

Il prezzo è ancora un po’ altino, ma pensate a quanti fastidi e incombenze in meno avrete durante i vostri viaggi, in vacanza, quando partite e lasciate il caricabatterie a casa o siete magari in un posto dove non c’è corrente.
Del resto fin quando questi dispositivi alternativi non diventeranno la nostra prima scelta d’acquisto, resteranno sempre di nicchia e dunque più costosi.

Gen 25, 2013 - Green    No Comments

Acqua dall’umidità dell’aria, una bottiglia si riempie da sola

Che l’acqua sia una delle più preziose risorse del pianeta è un fatto ma lo è anche che un numero impressionante di persone nel mondo non riesca a soddisfare le proprie esigenze di sostentamento idrico.

I tentativi concreti per fare accedere sempre di più all’acqua, si moltiplicano ma la soluzione è ancora lontana. In questo senso, un’idea, che parte da un’azienda statunitense nel settore delle nanotecnologie, potrebbe suggerire una nuova strada da percorrere per far fronte all’emergenza idrica.

L’idea è NBD Nano, una bottiglia che si riempie di acqua da sola. Detta così potrebbe sembrare solo una trovata, eppure l’azienda avrebbe deciso di brevettarla sulla base dalle scoperte scientifiche di un gruppo di ricercatori.

Prendendo ad esempio un particolare insetto, il coleottero delle nebbie o stenocara, tipico del deserto della Namibia, avrebbero trovato la possibilità di estrarre l’acqua direttamente dall’aria, trasferendo questa funzionalità ad una semplice bottiglia per l’acqua.

Come il coleottero, che trasforma l’umidità accumulata sulla corazza in gocce di acqua per il suo sostentamento idrico, la bottiglia green, costituita di materiali idrofili e batterie solari per la ricarica energetica, trarrebbe il vapor acqueo direttamente dall’atmosfera, traformandolo poi in preziosa acqua da bere,opportunamente filtrata.

Accumulando 3 litri di acqua per metro quadro all’ora, la magica bottiglia potrebbe avere infinite applicazioni: non solo per soddisfare le quotidiane esigenze di chi all’acqua non ha accesso diretto ma anche chi è in viaggio o fuori casa.

Fantascienza? Pare di no, visto che secondo il co-fondatore della NBD Nano, Deckard Sorensen, entro il 2014 la bottiglietta che si riempie d’acqua in autonomia potrebbe essere messa sul mercato, fornendo una piccola soluzione efficiente ad uno dei problemi più complessi dei nostri tempi, quello dell’approvvigionamento idrico.

Gen 25, 2013 - Green    No Comments

Delle isole artificiali per salvare le Maldive minacciate dal livello dei mari?

Da molto tempo, ormai, si parla della sfortunate sorte che toccherà  alle più famose e paradisiache isole dell’Oceano Indiano, le Maldive: con un’altitudine media di soli cinque metri sul livello del mare, è, sebbene non sia l’unica nazione minacciata dall’innalzamento dei livelli del mare, si tratta del paese più basso del mondo e rischia di essere sommerso interamente nel giro di 100 anni.

Secondo gli scienziati, dal 1900 il livello del mare è aumentato di circa sette centimetri e salirà di altri settanta centimetri entro il 2100, costringendo gran parte della popolazione ad abbandonare le proprie case. Stiamo parlando di oltre 1190 isole per un totale di circa 390 mila abitanti.

In passato, ingegneri avevano tentato di riprodurre nuove isole con sabbia e detriti, ma le strutture erano instabili e disturbavano il fragile ecosistema marino. La soluzione sembra sia stata individuata grazie ad una joint venture tra il governo delle Maldive e uno studio di architettura olandese, Docklands International: insieme costruiranno il più grande complesso al mondo di isole galleggianti.

Nei Paesi Bassi, l’azienda ha già costruito strutture simili per le carceri e diversi alloggi con lastre di cemento e polistirolo espanso. Per le isole indiane tutto ciò non è applicabile: si pensa di utilizzare, quindi, cavi ancorati al fondo del mare o pali telescopici da ormeggio a cui collegare tanti piccoli complessi che risulteranno più stabili, anche in caso di tempeste.

Questo sistema non andrà ad influire sulle correnti sottomarine, favorendo il più possibile la naturale e originaria conformazione dell’ecosistema. Inoltre, tanti piccoli isolotti sono più ecologici di un’unica grande piattaforma perché producono meno ombre sull’acqua, riducendo al minimo l’impatto sulla vita marina.

Speriamo che simili soluzioni non debbano essere necessarie, ma in ogni caso le Maldive – e non solo loro – si trovano costrette ad avere il classico piano-B di fronte alle attuali prospettive climatiche.

Gen 25, 2013 - Green    No Comments

Cinque pazze idee per fermare il Global Warming

Come ridurre le emissioni di carbonio? Le nazioni si sono date delle date limite, dei protocolli e delle roadmap da seguire, tuttavia i livelli di CO2 ancora non scendono come si sperava perché molti paesi in realtà non aderiscono agli accordi internazionali o fanno finta di applicare le norme condivise nei vari trattati firmati ma poi non le applicano realmente.

Altri sono troppo poveri per poterle adottare e altri ancora guardano solo alla crescita o a difendersi dalla recessione senza pensare all’ambiente e tantomeno alle emissioni di gas serra. Quindi molti credono che ad oggi le misure prese non saranno sufficienti ad evitare il riscaldamento globale.

Come fare? Negli ultimi anni si è fatta strada la geo-ingegneria, una scienza che si avvale di tecniche artificiali d’intervento umano per contrastare i cambiamenti climatici causati comunque dall’uomo; non tutti condividono questi tentativi di condizionamento del clima attraverso tecniche artificiali, eppure gli scienziati continuano a condurre esperimenti ed a proporre possibili soluzioni per il problema del riscaldamento globale.

Abbiamo raccolto qui le cinque proposte più pazze di geo-ingegneria per contrastare il fenomeno del global warming.

Una di queste consiste nello sbarrare lo stretto di Gibilterra: questa procedura dovrebbe servire essenzialmente ad evitare il congelamento nell’emisfero nord e a creare nuovi terreni per le popolazioni. Il primo ad avanzare questa ipotesi è stato l’architetto tedesco Herman Sörgel. Secondo la sua teoria, costruendo una diga idroelettrica lungo lo stretto, oltre a produrre energia si ridurrebbe il livello del mare, dando la possibilità di creare nuovi insediamenti agricoli sulle terre emerse, soprattutto nella zona dell’Adriatico; il suo piano fu però bocciato negli anni ’30.

Recentemente questa idea è stata ripresentata da un professore, Robert Johnson. Partendo dall’idea che il Mediterraneo sta diminuendo l’apporto di acque fresche perché i suoi affluenti più grandi hanno diminuito la portata perché sono usati per fini produttivi, il professor Johnson pensa che il Mare Nostrum sarà sempre più salato e soggetto ad evaporazione.  Se si sbarran l’entrata alle acque fredde dell’Atlantico, controllando le correnti calde del Mediterraneo per farle andare verso Nord, queste raggiungerebbero il Canada e causerebbero nevicate più frequenti ed una maggiore estensione dei ghiaccio.

Il glaciologo Jason Box, invece, ha suggerito di coprire l’intera Groenlandia. In questo modo i raggi solari verrebbero riflessi e deviati senza colpirebbe le calotte polari; il professore ed i suoi collaboratori hanno provato questa teoria ricoprendo una vasta superficie con materiale isolante, e dall’esperimento sembrava che la copertura non intaccasse il ghiaccio sottostante. Questa tecnica, nel frattempo, è stata introdotta per proteggere i ghiacciai alpini ma coprire l’isola più grande del mondo non sembra altrettanto fattibile.

Lo scorso anno anche Bill Gates e la NASA hanno elaborato un progetto: una macchina in grado di aspirare acqua e creare nubi artificiali, le quali rifletterebbero parte dei raggi solari che normalmente colpiscono la Terra. Alcuni esperti sostengono che in teoria il piano potrebbe funzionare, limitando così i danni dei cambiamenti climatici ma il problema principale è il costo elevato delle macchine che sarebbero necessarie, oltre all’energia per farle funzionare.

Altri scienziati si sono concentrati invece sul problema dell’innalzamento dei mari e per arginarlo propongono di sciogliere artificialmente le calotte polari e riversare l’acqua nelle zone desertiche come il Sahara, impedendo così che l’acqua possa inondare le terre abitate.

Anche qui non mancano le obiezioni: mettere in pratica questa teoria sarebbe un’impresa a dir poco impegnativa ma soprattutto il livello dei mari non si abbasserebbe a sufficienza ed il problema non sarebbe comunque risolto. Per non parlare dei costi legati alla deviazione dell’acqua verso le zone desertiche.

Ma il progetto più particolare, forse, è quello del professor Robert Angel, che propone di costruire un enorme scudo solare, formato da milioni di lenti, che posizionato nello spazio rifletterebbe una piccola parte dei raggi solari, aiutando la Terra a non surriscaldarsi. Probabilmente questo piano non verrà mai messo in pratica, dal momento che richiederebbe anni di lavoro e una cifra (350 trilioni di dollari) che supera addirittura il reddito globale di tutte le nazioni della Terra.

Queste sono alcune tra le idee più inutili e demenziali che gli scienziati hanno elaborato ma saremmo curiosi di sentire quelle dei politici…

Gen 25, 2013 - Green    No Comments

Corrente elettrica ricavata… dall’erba!

Anche l’erba può essere una fonte di energia pulita, generata dalla naturale interazione tra le radici delle piante e i batteri del suolo. A scoprirlo l’Università di Wageningen in Olanda, sfruttando un principio scoperto nel 2007 da ricercatori della stessa università. Marjolein Helder e i suoi colleghi hanno posizionato gli elettrodi vicino ai batteri per assorbire questi elettroni e generare elettricità tramite la differenza di potenziale così creata.

La nuova tecnica già funziona su piccola scala e potrebbe presto trovare applicazione su larga scala in vaste aree del mondo. Nelle zone più remote sarebbe già economicamente competitiva con i pannelli solari. Le celle a combustibile microbico-vegetale attualmente sono in grado di generare 0,4 Watt per metro quadrato di superficie di erba. Questa quantità è già superiore a quella generata dalla fermentazione delle biomasse.

Secondo i ricercatori in un prossimo futuro la bio-energia elettrica derivata da questi impianti potrebbe produrre 3,2 Watt per metro quadrato. Questo significherebbe che una superficie di erba di 100 m² potrebbe generare abbastanza energia elettrica per coprire le necessità di una famiglia.

Come si ricava energia elettrica dall’erba? Le celle a combustibile microbico-vegetale generano elettricità mentre la pianta continua a crescere. Le radici espellono nel terreno oltre il 70% del materiale organico (che non utilizzano) prodotto dalla fotosintesi. Questi residui organici vengono degradati dai batteri intorno alle radici e i processi di degradazione provocano il rilascio di elettroni, generando così energia elettrica.

Oltre alla produzione di energia elettrica, questa nuova fonte di energia rinnovabile presenta altri vantaggi: non deturpa il paesaggio (come le turbine eoliche o i pannelli solari troppo vistosi), non interferisce con la natura (come le dighe) e non è in concorrenza con i terreni agricoli (come accade invece per la produzione di biocarburanti a scapito del cibo).

In realtà sulle piante si stanno facendo altri esperimenti in tal senso. È il caso delle alghe, dalle quali gli scienziati dell’Università di Stanford (Usa) per la prima volta nel 2011 sono riusciti a «rubare» corrente elettrica, sia pur in quantità infinitesimale.

Gen 25, 2013 - Green    No Comments

Il ponte di plastica che si costruisce in due settimane

La visionaria start-up gallese Vertech Ltd. ha realizzato un progetto che, a raccontarlo, potrebbe sembrare folle e irrealizzabile: costruire un ponte utilizzando plastica riciclata.

Cinquanta tonnellate di rifiuti plastici sono stati trasformata in travi che andranno a comporre questo passaggio, per una lunghezza di circa 30 metri, in grado di sopportare anche il passaggio di veicoli pesanti.

Il ponte è stato installato come attraversamento del fiume Tweed, a Easter Dawyck (Galles) e porta una serie di vantaggi per quanto riguarda l’esigua manutenzione e cura (non servono né ristrutturazioni, né verniciature di restauro); tutto il materiale riciclato proviene dalle discariche limitrofe o dalla Cina.

I tempi di realizzazione sono altrettanto incredibili: quattro giorni per creare ed assemblare il materiale, appena due settimane per installarlo e metterlo in opera.

Mentre il ponte di plastica è già in uso, la Vertech ha in cantiere nuovi progetti che potrebbero rimpiazzare tutti i classici materiali di costruzione (acciaio, ferro, cemento), tra cui il legno compensato e i laminati, che avrebbero un impatto minimo sull’ambiente. Il ponte ha già dato il suo contributo, trasformando 90 tonnellate di rifiuti in una struttura architettonica di tutto rispetto…

Gen 25, 2013 - Green    No Comments

Quanto consuma Google: 260 milioni di watt e 1,5 milioni di tonnellate di CO2!

Google, il principale motore di ricerca di internet ha finalmente svelato quanto sia il suo consumo energetico: sono costantemente impiegati 260 milioni di watt.

Fino a questo momento la compagnia aveva mantenuto il riserbo sul suo consumo elettrico. Rendendo pubblici i suoi dati, Google ha rivelato la notevole quantità di energia elettrica usata per mantenere attivi servizi di ricerca, posta elettronica (Gmail), annunci e social network (YouTube e Google+), anche se non ha precisato quanti siano i watt in media consumati per mantenere attivo ciascun servizio.

I suoi sistemi di raccolta e gestione dei dati possono effettuare miliardi di operazioni, addirittura si stima che in un giorno vengano realizzate 1 miliardo di ricerche. Dalle recenti dichiarazioni è risultato che le emissioni totali di carbonio di Google per il 2010 siano state di poco al di sotto di 1,5 milioni di tonnellate.

Tuttavia la compagnia di Mountain View ha rassicurato sul consumo energetico e sul suo impatto ambientale. Non tutta l’elettricità della società infatti proviene da fonti tradizionali. Un quarto deriva da energie rinnovabili come quella eolica, grazie a contratti speciali realizzati con alcuni fornitori di energia.

Google dichiara inoltre che con i progetti d’investimento nelle energie rinnovabili prevede la produzione di 4,5 miliardi di Kwattora annue, ovvero l’equivalente di energia elettrica consumata da più di 350.000 abitazioni.

La compagnia pone l’accento sul fatto che reperire informazioni in rete consente di evitare spostamenti con mezzi a benzina e quindi rappresenta un risparmio di carburante. Dai dati messi a disposizione si assume che: un utente medio consuma circa 180 wattora al mese, paragonabili mediamente al consumo di una lampadina da 60 watt per 3 ore.

Inoltre, per una sola ricerca sono utilizzati 0,0003 kilo wattora di energia e vengono prodotti circa 0,2 gr anidride carbonica. Ne consegue che 100 ricerche effettuate su Google possono essere equiparate alla produzione di un cucchiaio e mezzo di succo d’arancia o alla stiratura di una camicia.

Ancora, per mantenere in streaming i video di YouTube per 3 settimane occorre la stessa quantità di energia necessaria per un ciclo lavaggio e asiugatura a 60°di 3,3 kg di biancheria; inoltre l’impatto di carbonio stimato di un account Gmail per 1 anno è di circa 1,2 kg di CO2.

Che dire, nessuno forse ci aveva mai pensato a quanta CO2 fosse emessa dal web

Gen 25, 2013 - Green    No Comments

Celle solari diventano fibre ottiche per tessuti

In un futuro molto vicino le celle solari potrebbero essere realizzati con un materiale flessibile, simile a una fibra di tessuto.

Unendo le fibre ottiche e i circuiti integrati a base di silicio, i ricercatori americani della Penn State University hanno ottenuto un sottilissimo materiale che potrebbe rivoluzionare la fisionomia e la composizione dei supporti addetti ad assorbire l’energia del sole. Ma già si prevedono anche altre applicazioni, pensiamo agli strumenti per il rilevamento chimico, ai dispositivi biomedicali, persino agli indumenti militari. L’esercito  a stelle e strisce già pensa a divise in grado di produrre energia: qualcosa di straordinario.

Ma focalizziamo l’attenzione sui tessuti solari flessibili. Batterie solari, ad esempio, create con questo tessuto, potrebbero costituire un nuovo e performante modo di gestire le apparecchiature portatili che necessitano di batteria. Una cella solare oggi viene infatti creata utilizzando un reattore PECVD, costosissimo e rigido: il nuovo tessuto permetterebbe di dare un taglio netto ai costi, oltre che rendere possibile la creazione di celle solari su misura per ogni tipo di necessità. Flessibili, di forme infinite, estremamente reattive.

Il tutto condensato in unità dello spessore inferiore a quello di un capello umano. Attraverso la rivista Advanced Materials, gli scienziati della Pennsylvania hanno accennato al segreto dell’invenzione, una particolare tecnica chimica ad alta pressione per depositare i materiali semiconduttori direttamente, strato per strato, all’interno dei piccoli fori delle fibre ottiche.

Con questa procedura è possibile creare una struttura semiconduttrice in silicio cristallino che agisce come una cella solare, ma che grazie alla flessibilità, potrà essere impiegata per la produzione di energia in altri settori. Inoltre, al contrario delle celle solari rigide, il nuovo tessuto ha dimostrato la capacità di raccogliere la radiazione solare da tutte le direzioni e a qualsiasi ora del giorno.

Che dire, in conclusione, se non che attendiamo con grande curiosità l’entrata in commercio di questo prodotto davvero miracoloso!

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