Archive from marzo, 2013
Mar 16, 2013 - Green    No Comments

In Gran Bretagna si testa la casa anfibia che rimane a galla con le alluvioni

Sempre più spesso, purtroppo, l’Europa è funestata dalle inondazioni e dai loro disastrosi effetti sull’ambiente e sull’uomo. Senza soffermarci sulle cause scatenanti, che sono spesso il risultato di una scriteriata edificazione urbana e rurale (come l’abbattimento di foreste sui pendii, naturale barriera contenitiva alle frane o la costruzione a ridosso dei letti dei fiumi o nelle loro vie di fuga), molti paesi stanno studiando come contrastare gli effetti devastanti delle maree di acqua e fango.

 

In Gran Bretagna, dove il tasso di piovosità è notoriamente elevato, l’Agenzia Ambientale si sta interessando ad una tecnologia abitativa, che sia in grado di “abbracciare” e sostenere una inondazione, piuttosto che contrastarla. La prima “casa anfibia”, un progetto ambizioso, è stata realizzata sulle rive del Tamigi ed ha la particolarità di sollevarsi con il crescere dei livelli del fiume.

Questo non è il primo tentativo di realizzare una casa anfibia, come testimoniano numerose costruzioni realizzate in Canada, Stati Uniti, Germania, Paesi Bassi, Sud-Est Asiatico e America Latina. In Asia e Sudamerica, in particolare, le case sono costruite su palafitta per resistere alle inondazioni causate dalle piogge monsoniche.

Una simile attenzione verso nuove tecnologie edili sta a significare come il clima sia drasticamente cambiato negli ultimi anni, al punto che calamità come piogge torrenziali e inondazioni, diventano sempre più comuni in molti paesi del mondo che non avevano mai avuto a che fare con queste problematiche e, di conseguenza, necessitano di misure di sicurezza.

Punto di riferimento europeo nella costruzione di abitazioni resistenti, sono senza dubbio i Paesi Bassi: un’area territoriale quasi interamente sotto il livello del mare, che vanta le più efficienti tecnologie atte a contrastare le alluvioni. Qui sono già state testate unità abitative in grado di resistere e galleggiare in caso di alluvioni.

Partendo proprio dall’esempio olandese, è stato costruito il prototipo britannico.
La costruzione è ancorata al terreno tramite quattro pilastri verticali, impiantati a terra. E’ alloggiata, con le fondamenta in parte interrate, su una lastra di cemento, in una specie di bacino circoscritto da mura perimetrali. Se arriva una piena, l’acqua viene deviata nel bacino ed inizia a riempire il “fossato”, nonchè gli ambienti inferiori della costruzione (stanze in legno e cemento), che rendono la casa una specie di pontone, in grado di galleggiare.

L’ancoraggio ai quattro pilastri, consente alla casa dei movimenti verticali, ma non laterali, impedendo così all’acqua di trascinarla via. Passata la piena, la casa torna alla posizione originale, adagiata sulla base in cemento, senza alcun danno per persone o cose.
Ancora si sta testando la reale efficacia della costruzione e la sua capacità di galleggiare senza andare alla deriva o peggio, affondare, ma la tecnologia si sta muovendo sui giusti binari per limitare sempre più le perdite ambientali e umane.

Mar 16, 2013 - Green    No Comments

Scoperto enzima per segnalare livello inquinamento nel sangue

Si vuole scoprire il livello di tossicità dell’ambiente in cui si vive? Basta un semplice esame del sangue per analizzare i livelli di un’enzima prodotto dai globuli rossi che funge da vero e proprio sensore del grado di inquinamento esterno. Nelle aree meno pulite (a livello di aria, acqua, e qualità del suolo) questo enzima, il glutatione transferasi, viene rilasciato in quantità maggiori.

A effettuare la scoperta un team di ricerca italiano, guidato da Giorgio Ricci dell’Università di Roma Tor Vergata. Lo studio, riportato sulla rivista scientifica internazionale Biochemical and Biophysical Research Communications, ha posto sotto controllo 500 volontari residenti nella valle del fiume Sacco, nel frusinate, un’area ad elevato tasso di inquinamento da rifiuti industriali, e altri 400 volontari dell’hinterland della Capitale.

I risultati hanno confermato che tale enzima è prodotto nelle cellule in quantità proporzionali alla concentrazione di tossine circolanti nel nostro sangue. Uno stratagemma difensivo che l’organismo mette in atto di fronte al tentativo di aggressione da parte di sostanze esterne pericolose.

Il dottor Ricci ha paragonato il comportamento del glutatione transferasi ai globuli bianchi, che come sappiamo vengono prodotti in maggiore quantità quando è presente un’infezione batterica.

Una scoperta utile a valutare la presenza nell’ambiente di inquinanti tossici per l’uomo. In breve tempo questo esame –  peraltro rapido, indolore e poco costoso –  permetterebbe di tracciare una mappa di salubrità ambientale in specifiche zone a rischio. Un esempio la tanto discussa area Ilva di Taranto, area che potrebbe essere valutata con questo test.

In tale ottica,  l’equipe  di Tor Vergata ha già offerto la sua disponibilità al Ministero della Salute.

Verrà presa in considerazione?

Mar 16, 2013 - Green    No Comments

La Svezia e la gestione delle sue foreste, un sistema da rivedere

Anche la “verde” Svezia rischia di rimanere senza foreste naturali. Ciò perché esse sono gestite mediante monocoltura e taglio a raso, tecniche che stanno mettendo a rischio la sopravvivenza del 75% delle specie arboree esistenti.

Perché si è arrivati alla monocoltura? Perché le foreste svedesi sono ormai sempre più utilizzate per produrre legno e dunque si prediligono specie che garantiscano la loro massima qualità. Di qui la piantagione di poche specie di alberi.

 

Eppure una foresta ha bisogno di una pluralità di generi arborei, per un migliore ecosistema: la crescita degli alberi, lo stoccaggio del carbonio, la produzione di frutti di bosco, il cibo per la fauna selvatica, la presenza di legno morto, e la diversità biologica. Il che andrebbe appannaggio della stessa produzione di legno.

La Società svedese per la conservazione della natura (SSNC) ha quindi deciso di sfidare quello che chiamano “il sistema svedese” di gestione forestale. Essa critica perfino la certificazione FSC, considerata il miglior standard di gestione forestale. O più precisamente, la sua mancata applicazione. Un compito ingrato giacché la SSNC è tra i fondatori del FSC – Svezia, nel 1998.

Dal 2009, il SNCC ha presentato numerosi ricorsi formali al FSC; ma purtroppo nessuna delle operazioni contestate ha perduto la certificazione. Non è tutto oro quello che luccica dunque. Neanche in Svezia.

Mar 4, 2013 - Green    No Comments

Rifiuti nello spazio, che fine faranno?

Satelliti sparsi ovunque intorno al globo, sistemi antimissilistici, razzi, stazioni meterologiche,  chi più ne ha più ne metta.

L’orbita spaziale è caratterizzata da un traffico paragonabile a quello dei cieli terrestri, un quadro che va da sè determina una presenza elevata di rifiuti sospesi, spazzatura cosmica pericolosa alle quote di 1000 chilometri, ma anche potenziali proiettili che potrebbero devastare i nostri centri abitati.

Cresce il numero di lanci spaziali a fini economici, difensivi o di comunicazione, per i quali è indispensabile l’uso dei satelliti. Essi si deteriorano, ma rimangono in orbita, così come un razzo. Si possono ancora controllare e se ne può modificare la direzione di spostamento qualora la traiettoria sia visibile. Il monitoraggio radar per ora tiene gli occhi aperti su 19 mila frammenti a partire dai 5 centimetri.

 

Esistono altre centinaia di migliaia di residui ancora più piccoli, ma non meno pericolosi: la densità dei rifiuti concentrati intorno alla Terra sta arrivando ad un livello tale da poter provocare la “sindrome di Kessler”, un effetto a valanga generato dall’urto dei frammenti contro gli oggetti in orbita e che porterebbe ad un aumento esponenziale del numero di detriti. In conseguenza di ciò, l’orbita bassa intorno alla Terra diventerebbe impraticabile per l’esecuzione di nuovi lanci.

Dal momento che il maggior numero di rifiuti naviga su orbite medie, ad un’altezza compresa tra i 700 e i 1200 chilometri, alcuni esperti hanno suggerito di sospendere i  lanci. La funzione di questi oggetti potrebbe nel frattempo essere svolta da piccoli satelliti di breve durata stanziati su orbite basse, solo che ne servirebbero molti.

Il fatto è che le orbite intermedie vanno per la maggiore,  assecondano in maniera ideale gli scopi dei satelliti destinati alla cartografia e alla navigazione. Ergo, sarebbe utile sensibilizzare ogni paese e pensare ad accordi di tutela a livello internazionale, in modo che i satelliti rovinati escano autonomamente dall’orbita appena vengono spenti; ancora non esistono simili accordi. Passando invece ai lanci di apparati su orbite basse, bisogna sapere che a quelle quote i satelliti resistono poco a causa dell’alta densità dell’atmosfera ed escono presto dalla loro posizione: il che non giustifica elevati investimenti.

Una rete di filtraggio gigante, la frantumazione dei pezzi con il laser, e altro ancora. Sono già diversi  anni che la comunità scientifica propone metodi di pulizia dello spazio circostante la Terra. Nonostante idee, simulazioni e progetti, non pochi ricercatori ritengono tuttavia come non esista al momento un sistema realistico per smaltire questi rifiuti, e peggio ancora  nessun attore coinvolto intende prendersi carico della situazione. Il pericolo, e il rischio di collisioni così rimangono.

Stante questo immobilismo, i rifiuti sono destinati a dirigersi verso il nostro pianeta, e a consumarsi nell’urto con gli strati dell’atmosfera. Un tempo in ogni caso lungo, nell’ordine degli anni, lasso di tempo che le grandi potenze dello spazio non possono permettersi di attendere. Siamo dunque propensi a immaginare che qualche correttivo, nel medio periodo, verrà varato.

Mar 4, 2013 - Green    No Comments

Grafene, un materiale dal futuro rinnovabile

La comunità scientifica non ha problemi a sbilanciarsi: ci troviamo di fronte a una rivoluzione nella sfera dei materiali paragonabile a quanto assistito nel secolo scorso con l’introduzione dei polimeri per produrre plastica. Ma il grafene, questo sottilissimo strato di atomi di carbonio dalle proprietà eccezionali, potrebbe spingersi ancora più oltre.

Scoperto da due ricercatori di Manchester, Andre Geim e Kostya Novoselov, che per questo motivo nel 2010 si sono aggiudicati il Nobel per la fisica, il grafene è capace di condurre elettricità e calore, e garantisce una resistenza di 100 volte superiore rispetto all’acciaio.

 

Il campo delle applicazioni si prospetta di dimensioni enormi,  e ancora non esattamente definito. A tal proposito l’Unione Europea ha deciso di varare “Graphene Flagship”, un progetto di ricerca da 1 miliardo di euro. Quello che già ora possiamo dire è che il grafene permetterà di dar forma a computer, smartphone e tablet flessibili, cavi di collegamento Internet estremamente veloci, aerei estremamente leggeri.

Qualche mese fa avevamo accennato anche riguardo all’upgrade che il grafene potrebbe garantire allo sviluppo dei pannelli solari (vedi l’articolo  Graphexeter: un nuovo materiale che aumenta l’efficienza dei pannelli solari).

E ancora, il grafene troverà impiego nella mobilità sostenibile attraverso la realizzazione di ultrabatterie, con capacità di immagazzinamento di energia oggi impensabili. Secondo i ricercatori dell’istituto per le nanoscienze del CNR (CNRnano) le batterie al grafene potrebbero durare più a lungo ed avere tempi di ricarica veloci, condizioni che suggeriscono un utilizzo per le auto elettriche del domani.

Inoltre, sono allo studio reticoli di grafene in grado di legare ed immagazzinare idrogeno, con la possibilità di creare serbatoi speciali che sbloccherebbero un empasse sinora endemica per l’applicazione di questa tecnologia.

Insomma, delle belle prospettive di utilizzo di questo materiale, che ne dite?