Archive from luglio, 2013
Lug 16, 2013 - Green    No Comments

Anche le Seychelles contro la dipendenza dal carbone

Le 115 isole dell’Oceano Indiano che compongono le Seychelles, oltre a possedere le spiagge più belle al mondo, sembrano poter vantare anche un sistema energetico più eco-sostenibile grazie all’installazione di parchi eolici che producono energia elettrica pulita.

Le Seychelles si stanno infatti adoperando per combattere la dipendenza da combustili fossili altamente inquinanti come il carbone, finora impiegato per alimentare generatori elettrici a diesel: una decisione che ricalca – fortunatamente – quelle di diversi altri paradisi naturalistici, che vedono nella riconversione ad un modello energetico basato sull’energia pulita l’unica prospettiva sostenibile nel lungo periodo per preservare i propri tesori naturali.

La nuova politica di queste isole a favore delle energie pulite si è concretizzata con l’inaugurazione di un parco eolico della capacità di 6 MW situato a Mahé, l’isola più grande delle Seychelles, con cui viene soddisfatto l’8% del suo fabbisogno energetico.

Un primo passo concreto che va nella direzione di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili dell’arcipelago.

Si tratta certamente di un ottimo inizio ma per soddisfare la fame energetica di queste isole liberandosi dalle tradizionali fonti occorre puntare su un ampio investimento a favore dell’installazione di numerosi impianti eolici e fotovoltaici.

Lug 16, 2013 - Green    No Comments

Nella zona di Sarroch (Cagliari) i bambini presentano alterazioni DNA per la presenza di industrie e poligono militare

Particolarmente scioccante è una ricerca epidemiologica condotta da otto ricercatori e pubblicata su Mutagenesis, rivista dell’Università di Oxford: i bambini di Sarroch (Cagliari) “presentano incrementi significativi di danni e di alterazioni del Dna rispetto al campione di confronto estratto dalle aree di campagna”.

Lo studio – sette cartelle fitte di dati e analisi – è stato acquisito dalla Procura di Cagliari (come scrive il quotidiano La Nuova Sardegna) e il fascicolo è sulla scrivania del pm Emanuele Secci, titolare dell’inchiesta giudiziaria sullo stato ambientale dell’area tra Cagliari, Pula e Teulada.

 

Ma cosa c’è a Sarroch? 
Sarroch è un Comune della provincia di Cagliari che ha visto il suo territorio devastato dalla presenza di veri e propri ecomostri: dal litorale su cui sorge l’agglomerato industriale petrolchimico che si è sviluppato a partire dalla raffineria di petrolio della Saras, fino all’entroterra espropriato dal poligono militare di Teulada

Lo studio pubblicato su Mutagenesis ha messo a confronto un campione di 75 bambini tra i 6 e i 14 anni che abitano vicino al sito industriale di Sarroch, con 73 loro coetanei che vivono invece nelle zone agricole e rurali dell’isola. Sono state così rilevate le concentrazioni di benzene e di etil-benzene nell’aria, nei giardini della scuola di Sarroch e in un villaggio rurale.

In realtà diversi studi avevano già dimostrato che da queste parti ci si ammala di leucemia tre volte tanto rispetto alla norma. E già il documentario Oil di Massimiliano Mazzotta nel 2010 aveva lanciato l’allarme sugli effetti deleteri su salute e ambiente dei prodotti dalla raffineria Saras della famiglia Moratti.

Ma il dato ancora più inquietante messo in luce dalla ricerca dell’Università di Oxford è che “i bambini residenti in prossimità del polo industriale di Sarroch presentano anche significativi danni e alterazioni del Dna”. Gli studiosi sono arrivati a questa conclusione dopo aver analizzato anche i livelli di alterazioni del Dna in uno studio effettuato su un sottocampione di 62 bambini.

Detto in parole povere, l’inquinamento dell’atmosfera prodotto anche dal polo industriale di Sarroch potrebbe essere responsabile di vere e proprie mutazioni genetiche nel Dna dei bambini che lì vicino abitano, studiano e giocano.

La Saras dei fratelli Moratti, interpellata più volte da Il Fatto quotidiano, ha sempre preferito non rilasciare alcuna dichiarazione in merito. Nel suo silenzio c’è forse la consapevolezza di aver compromesso la vita di molti sardi.

Lug 16, 2013 - Green    No Comments

Reti fantasma, il problema del materiale da pesca abbandonato nel mare

Le attrezzature da pesca abbandonate, perse o dismesse rappresentano una minaccia per la fauna marina: infatti, anche gli animali di grossa taglia come delfini, foche, tonni e tartarughe vi rimangono spesso imprigionati.

Ma non solo: oltre a rappresentare un forte pericolo di danni e incidenti per le imbarcazioni, le reti abbandonate rappresentano un agente fortemente inquinante in questa sorta di seconda vita, dal momento che rimangono nell’ecosistema per centinaia di anni e quando vengono recuperate spesso sono inviate alle discariche o semplicemente bruciate.

 

Un rapporto realizzato da FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) e UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) conta che il numero di reti abbandonate negli oceani si aggiri intorno alle 640.000 tonnellate e rappresenti addirittura un decimo della totalità di rifiuti presenti nei mari.

I tramagli, che posti sui fondali formano dei veri e propri muri di reti verticali di grandi dimensioni, continuano a pescare per mesi, anche se persi o abbandonati, continuando a mietere vittime indifese fra gli animali marini. Purtroppo si comportano allo stesso modo le trappole per pesci o granchi che vengono disperse, rappresentando una delle principali cause di pesca fantasma.

Si tratta di una situazione che sta peggiorando a causa dell’aumento delle operazioni di pesca e all’utilizzo di attrezzature in materiali sintetici resistenti ed estremamente durevoli. Spesso nasse e reti non vengono abbandonate di proposito, ma sono perse durante tempeste o in presenza di forti correnti o addirittura rimangono incagliate in altre reti o trappole precedentemente poste sui fondali.

Le strategie per affrontare il problema dovrebbero riguardare misure preventive e di manutenzione e cura delle attrezzature per la pesca. Il rapporto internazionale FAO – UNEP propone incentivi finanziari per spingere i pescatori a denunciare la perdita delle attrezzature e recuperare le reti danneggiate. Altre soluzioni vertono sulla possibilità di contrassegnare le reti, per capire anche come le attrezzature sono andate perdute, e sull’impiego di tecnologie all’avanguardia per analizzare i fondali marini, migliorare le previsioni metereologiche e realizzare attrezzature in materiali biodegradabili.

Fortunatamente possiamo dare una notizia positiva su questo problema: la creazione del  progetto internazionale “The Healthy Seas, a Journey from Waste to Wear” (“Mari sani, un viaggio fra i rifiuti da indossare”) per la riduzione dei rifiuti solidi presenti nel mare. Il progetto si dedica in particolare al problema delle reti da pesca promuovendo recupero e riciclo del materiale abbandonato. È frutto di una collaborazione fra Aquafil, azienda produttrice di fibre sintetiche e in poliammide, che si impegna per la salvaguardia ambientale, il Gruppo ECNC Land & Sea, centro  leader in Europa in materia di biodiversità e la società olandese Star Sock, che sviluppa e produce calze sportive e tecniche non tralasciando l’attenzione per l’ambiente.

L’iniziativa intende rigenerare le reti recuperate nel mare secondo il processo industriale di rigenerazione “Econyl”, studiato da Aquafil, che mira alla realizzazione di una speciale fibra di nylon, che impiega sia scarti generati dal ciclo produttivo del nylon 6, sia prodotti finiti composti in tutto o in parte da poliammide 6 e dismessi come reti da pesca, parti superiori di tappeti e moquette e materiale tessile.

L’iniziativa si suddividerà in tre fasi e cercherà di scoraggiare l’abbandono delle reti da pesca e di facilitarne una gestione responsabile per il loro recupero e la loro rigenerazione in nuovi prodotti. Il progetto cercherà un dialogo con le istituzioni dei diversi Paesi avendo la volontà di fornire proposte e soluzioni concrete. Inoltre l’iniziativa mirerà al coinvolgimento delle comunità locali con la promozione di incontri formativi in special modo rivolti ai giovani.

Lug 16, 2013 - Green    No Comments

Margherita Hack, un’astrofisica vegetariana e animalista

Recentemente si è spenta all’età di 91 anni la ‘signora delle stelle’, l’astrofisica Margherita Hack, diventata un’icona per molti non solo nel mondo della scienza.

Studiosa, divulgatrice scientifica, conduttrice di programmi televisivi, autrice di pubblicazioni e saggi, oltre che impegnata nel sociale, la Hack ha più volte rivendicato anche il suo amore e rispetto per gli animali e uno stile alimentare da sempre privo di carne e pesce.

Con il libro Perché sono vegetariana, il libro dell’astronoma Margherita Hack del 2011, ha argomentato con riferimenti scientifici e storici la sua scelta a favore del rispetto degli altri animali e delle risorse del Pianeta, iper-sfruttate a causa anche di un esagerato consumo di carne e alimenti di origine animale.

Del resto, l’esperienza personale della Hack, vegetariana dalla nascita, atleta di successo in gioventù e poi donna di scienza, è stata una testimonianza importante per dimostrare concretamente come un modus vivendi improntato all’etica e al rispetto verso tutti non comporta particolari rischi per la salute psico-fisica di chi lo persegue.

Insomma, oltre che come eminente astrofisica, ci piace ricordare la Hack per la sua passione rivolta non solo al mondo delle stelle ma anche alla natura e alle sue varie forme di vita.

Ciao Margherita!